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Il caso dei fratelli Sacco tra ingiustizie, processi e condanne senza fondamento

di: Vito Marino - del 2017-09-11

Immagine articolo: Il caso dei fratelli Sacco tra ingiustizie, processi e condanne senza fondamento
  • Durante la civiltà contadina possedere un fazzoletto di terra era un sogno irraggiungibile per il contadino nullatenente;. un sogno che spesso durava per tutta la vita. Allora l’unica ricchezza che produceva abbastanza reddito era la terra, “la roba” citata sempre dal Verga.  

    Purtroppo chi possedeva una proprietà terriera, passava sotto lo sguardo vigile della mafia e si doveva adeguare al pagamento del pizzo.

    Agli inizi del 1900, a Raffadali, in provincia di Agrigento, c’era un certo Luigi Sacco, contadino, che viveva alla giornata, ma, a differenza degli altri, sapeva innestare gli alberi di pistacchio, un mestiere molto richiesto in quegli anni.

    Egli col suo lavoro riuscì a portare avanti la famiglia con due figli, allevati nella cultura del lavoro, del rispetto degli altri, con idee socialiste, con  il senso dello Stato; erano anch’essi dei bravi lavoratori, seguendo l’esempio del padre.

    Nel 1920 riescono a possedere quattro salme di terra, che per quei tempi era una fortuna. Purtroppo sono stati importunati dalla mafia locale che pretendeva il pagamento del pizzo. Dopo varie intimidazioni e tentativi di furto, come avvertimento, la famiglia si decide a denunciare il fatto ai carabiniere.

    Il popolo siciliano, stanco  dal peso di millenni di sopraffazione, di essere considerato ancora alla maniera del feudalesimo suddito, non aveva la forza e il coraggio di reclamare con energia i propri diritti di cittadino, mendicandoli, invece, come concessioni.

    Nello stesso tempo, chi era al potere amministrava non nel segno della giustizia, ma dell’arbitrio. Per tali motivi il popolo siciliano ha sempre considerato come nemico lo Stato e un gran disonore avere contatti con la giustizia. In quegli anni, nessuno pensava di denunciare la mafia alla forza pubblica, si accettava e si taceva, senza alternativa, e questa querela fu per loro fatale.

    Con la denuncia, si trovarono contro i carabinieri, che, non sapendo come portare avanti una denuncia contro un potere occulto più forte dello Stato, invece di difenderli, si rivoltarono contro gli stessi Sacco, e li privarono del porto d’armi.

    Gli stessi paesani, che per tradizioni consideravano nemico lo Stato, si rivoltarono contro di loro. Lo stesso fecero i benestanti, che non vedevano di buon occhio la crescita economica di questa famiglia.

    I fratelli Sacco non si arresero e diventarono latitanti, fronteggiando la mafia, mostrando un coraggio e una coscienza civile straordinari per quegli anni, liberando di fatto Raffadali dall’oppressione mafiosa.  

    Poi arriva Mori, il Prefetto di ferro, che, con poteri illimitati ricevuti da parte di Mussolini vuole combattere e distruggere la mafia a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo.

    In quegli anni Mori riesce a dare alla mafia un duro colpo, ma si tratterà soltanto dei pesciolini, poiché quando alzerà il tiro sui pesci grossi della politica verrà dimesso, all’italiana. In questo caso il prefetto ha sbagliato di grosso, poiché i Sacco non solo non erano stati mai mafiosi, ma ne erano stati vittime.

    Con i pieni poteri che aveva, Mori fa arrestare: madre, sorelle, cognati, cugini, amici, ex sindaci socialisti, quindi, circondati da duecento carabinieri i fratello Sacco vengono feriti, arrestati, torturati. Ai Sacco vengono addebitati quattro omicidi.

    Condannati all’ergastolo Vanni, Salvatore e Alfonso, girano tutte le carceri, e in alcune fanno degli incontri straordinari: Umberto Terracini e Antonio Gramsci, fra i tanti.

    Caduto il fascismo i Sacco non ottengono la revisione del processo e, soltanto nel 1962, su sollecitazione di Umberto Terracini, i fratelli Sacco ottengano la grazia. Terracini scrisse in merito a questo caso: «Penso che il caso sia unico nella storia giudiziaria italiana pur così pesante di capitoli sciagurati».

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