• maxoptical

S. Ninfa, successo di pubblico per "Lu catechismu". In scena la "sicilianità" tra risate e divertimento

di: Vito Marino - del 2017-08-01

  • Giorno 29 luglio 2017 a Santa Ninfa, in occasione delle manifestazioni estive di piazza,  è stata rappresentata la commedia siciliana: “Il catechismo” organizzata dall'Associzione Culturale Araba Fenice che gestisce Castelvetranonews con Direttore Avv. Elio Indelicato. La rappresentazione è avvenuta in lingua siciliana, la nostra madre lingua, che fa parte della nostra sicilianità.

    Durante la rappresentazione ascoltando certi vocaboli e principalmente certe frasi idiomatiche, fra una risata e l’altra pensavo al destino crudele di questa bella  lingua e mi apprestavo mentalmente a preparare un articolo su di essa.  

    Non intendo criticare nel bene o nel male la bella commedia di Elio Indelicato, la migliore critica è stata fatta  dal pubblico che “scaccaniava” allegramente e ripetutamente applaudiva.  

    Invece mi fa piacere parlare della lingua siciliana, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. I Siciliani, nel corso dei secoli hanno saputo acquisire dai Greci,  Romani, Arabi, Francesi ed altri ancora, che hanno colonizzato la Sicilia, il meglio della loro cultura e lingua, una serie di conoscenze che si sono stratificate nel tempo formando la nostra civiltà. Così, di volta in volta, la parlata locale, la nostra lingua, si arricchì di nuovi vocaboli,  proverbi e frasi idiomatiche, un insieme di conoscenze, che si uguagliavano al nostro temperamento, rendendo le nostre espressioni popolari più piene di vita. Ma, questa lingua permette di trasmettere sentimenti e stati d’animo spontanei, genuini difficilmente traducibili nella lingua italiana.  

    Durante la dominazione normanna (1061-1194) avvenne la fusione di più popoli e delle tre lingue parlate nel territorio: greca, latina ed araba, che,  miste a neologismi francesi e germani, diedero  origine al nuovo dialetto, che divenne in un primo tempo la lingua siciliana.    

    Il siciliano è una lingua a tutti gli effetti, che proviene dalla “Scuola Siciliana”, che sotto Federico II di Svevia ha raggiunto il massimo splendore, con poeti e scrittori che hanno abbandonato il latino, la lingua ufficiale, per scrivere e  lasciare molte opere in lingua siciliana. In questa scuola hanno operato personalità poetiche come lo stesso Federico II e i figli Enzo e Manfredi; inoltre: Guido e Oddo delle Colonne, Pier delle Vigne, Rinaldo D’Aquino e Giacomino Pugliese.

    Il sonetto, come composizione poetica, e l’elevazione dell’amore ad elemento spirituale, che in seguito sarà il tema fondamentale della poesia stilnovista sono stati concepiti da Iacopo da Lentini, notaio della corte palermitana.  

    Nel periodo angioino ed aragonese si è scritto in siciliano ed usato un linguaggio che ha molto in comune con la futura lingua italiana.  Come letterato, Federico II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere la letteratura e la poesia attraverso la Scuola Siciliana.

    La poesia che veniva prodotta dalla scuola ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La stessa corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Dopo la sua morte, la Scuola Siciliana si sciolse e poeti e scrittori  si trasferirono a Firenze, dove crearono il “Dolce stil nuovo”, un idioma che diverrà la lingua nazionale italiana.

    Per oltre due secoli la nostra lingua fu lingua nazionale e, durante il regno di Federico II di Svevia si diffuse in Calabria, in Puglia, nel Cilento e nel Salento, dove ancora viene parlata; in un secondo tempo divenne la lingua italiana usata in Italia come lingua letteraria e dopo l’unità d’Italia divenne la lingua ufficiale dello Stato.  

    Tuttavia, dopo un secolo  e mezzo, accanto alla lingua italiana esistono ancora lingue secondarie e diversi dialetti, aventi un’estensione  geografica, ma soprattutto culturale, coincidente con la regione d’appartenenza.  

    Sulla lingua siciliana Giorgio Santangelo, noto letterato castelvetranese, afferma:  <>.  Nel 1906 Luigi Capuana, nella prefazione a “Centona”, di Martoglio, così scrisse: <<...Discordo dalla sua opinione che il dialetto siciliano sia insofferente di regole grammaticali e ortografiche. Mi sembra che ne abbia quanto ogni altro e quanto certe lingue. Solamente l’ortografia di esso è ancora incerta, non ostante i molti sforzi fatti per renderla stabile>>.  

    Anche Vincenzo Consolo, noto scrittore siciliano, in un'intervista curata da Marino Sinibaldi, in difesa della lingua siciliana  ha dichiarato: « Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto.

    È l'immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l'innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati. Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa storia. » Oggi, con la globalizzazione,  nella lingua siciliana molti vocaboli arcaici e frasi idiomatiche sono andati in disuso.

    Ma se da una parte è inevitabile seguire il progresso per non rimanere indietro e camminare di pari passo con la società nella quale viviamo, dall’altra bisogna rendersi conto che non si devono dimenticare le proprie origini, la propria storia, che rappresentano l’identità e la civiltà di un popolo, non si può buttare nel dimenticatoio il ricco patrimonio culturale contenuto nel dialetto, come vocaboli, frasi idiomatiche, proverbi, gabbi, racconti, tutta un’intera letteratura. In molti casi, alcune delle tradizioni più antiche trasmesse oralmente da padre in figlio, sono ancora patrimonio di pochi anziani dell’isola, preziosi detentori di un sapere che solo loro possono tramandare. Occorre invece rinvigorire questo dialetto molto mortificato, di nuovo orgoglio.

    Un lavoro di recupero della memoria storica potrà servire a tutti, per sentire il fascino profondo, autentico che viene da un passato lontano. Oggi noi siciliani, con la carenza nella cultura scolastica, non conosciamo la nostra storia, la nostra lingua, i nostri costumi e le nostre tradizioni. In compenso conosciamo la lingua inglese e la storia dei Savoia che tanto male hanno fatto alla Sicilia.        

    Se non verrà insegnata nelle scuole, la nostra lingua corre il rischio, di essere dimenticata con il passar del tempo, e quindi di estinguersi. Ormai quando si parla in pubblico, ma anche in seno di molte famiglie, si parla in lingua italiana.

    Oggi siamo rimasti in pochi a saper scrivere direttamente e correttamente in lingua siciliana, perché non esiste un vocabolario ed una grammatica ufficiale da consultare.  

    La Regione Siciliana, come è avvenuto per altre regioni a statuto speciale poco ha fatto per la salvaguardia della sua lingua. Le uniche grammatiche affidabili restano quelle del Pitrè, di Santi Correnti e i vocabolari del Piccitto, del Mortillaro, e del Traina. Ben vengano allora le recite in lingua siciliana di commedie come “Il catechismo”, dove Elio Indelicato ha dimostrato di essere un bravo commediografo e di conoscere bene la lingua siciliana, con tutte le sue sfumature.  

    Vuoi saperne di più su questa notizia? Clicca su "Mi Piace" Castelvetanonews o seguici su Twitter e riceverai prima di tutti le notizie dal Belice