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"Arristari urmu". Alla scoperta di un antico detto tra storia, tradizione e "tocchi"

di: Elenia Teri - del 2017-09-04

Immagine articolo: "Arristari urmu". Alla scoperta di un antico detto tra storia, tradizione e "tocchi"
  • Essere o arristari urmu è una di quelle tante espressioni siciliane che magari pronunciamo nelle situazioni più disparate e della quale, con altrettanta probabilità, ignoriamo le origini.

    Secondo uno studio condotto da Marina Castiglione e Roberto Sottile (docenti di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Palermo) urmu sembrerebbe proprio rimandare al sostantivo italiano “olmo”, un tipo di albero sotto il quale in passato giudici popolari erano solito riunirsi per eseguire, senza l’aiuto di un tribunale istituzionale, le sentenze e far così giustizia.

    Dalla locuzione “portare all’olmo”, ovvero essere soggetto ad un giudizio con tanto di pena da scontare, deriverebbe quindi l’aggettivo urmu secondo una connessione che permette di chiarirne meglio anche l’origine del significato: essere privati di qualcosa, rimanere a secco di vino nel gioco del tocco.

    Ebbene sì amici partannesi e non, lu toccu, conosciuto anche come gioco della passatella, era uno svago di antica tradizione popolare fra gli uomini adulti, nato nelle osterie della Roma avanti Cristo e poi diffusosi nelle zone dell’Italia meridionale. I partecipanti sorteggiavano un sutta e un patruni, ai quali spettava il compito di amministrare, attraverso norme molto rigide, un intricato scambio di bevute con lo scopo di lasciare un malcapitato senza vino per umiliarlo o comunque punirlo.

    Si imbastiva in questo caso un contesto alla stregua di un vero e proprio tribunale popolare, entro cui si creavano alleanze e conflitti spesso violenti, e si sanciva per il penitente il disonore di arristari urmu.

    Giunti a questo punto, sorge una domanda spontanea: perché proprio l’albero dell’olmo da secoli ricopre il ruolo di testimone in una condanna pubblica? Se lo sono chiesti anche Castiglione e Sottile, provando a rispondere soltanto con alcune supposizioni, in quanto non si dispone ancora di dati certi in proposito.

    È probabile, ipotizzano i due studiosi, che giochi un ruolo fondamentale sia la concezione popolare che ritiene il legno dell’olmo poco pregiato perché inadatto alla combustione, sia il ruolo tradizione svolto dal suddetto albero come tutore della vite, sostenendone l’altezza e permettendole di crescere. Per tali possibili analogie con l’albero d’olmo, si è urmu perché si ricopre una posizione inutile all’interno di un contesto o del tocco, appunto, e si conduce un gioco passivo che di contro permette invece l’attività degli altri partecipanti.

    Detto ciò, per chi volesse approfondire altri aspetti correlati all’argomento appena trattato vi suggerisco di leggere l’interessante lavoro redatto da Castione e Sottile intitolato Fitonimia e caratteri popolari in Sicilia, fra traslati e saperi popolari.

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