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Ergastolo per Bossetti. Cronaca di una condanna che non convince del tutto

di: Dott. Francesco Marino - del 2017-07-20

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  • E’ ancora vivo l’eco della sentenza appena emessa dalla Corti d’Assise d’Appello di Brescia che ha confermato la pena dell’ergastolo per Giuseppe Massimo Bossetti, considerato l’assassinio di Yara Gambirasio. Tuttavia le 15 ore di camera di consiglio della Corte lascerebbero immaginare una rovente discussione e forse una disarmonia tra i giudici.

    La Corte era formata da 8 giudici, di cui 2 togati e da 6 laici. Il giudice laico o popolare è un cittadino italiano chiamato a comporre, a seguito di estrazione a sorte da apposite liste, la Corte di Assise e la Corte di Assise d'Appello. Tra i requisiti per essere iscritto tra le anzidette liste non è richiesta una particolare competenza giuridica e il grado di istruzione dell’iscritto può essere certificato da licenza media inferiore per la corte d'assise o da licenza media superiore per la corte d'assise d'appello.

    Può apparire quanto meno insolito che in processi giudiziarie cosi tecnici, il verdetto sia lasciato alla maggiore valutazione di soggetti, che pur animanti da ottimi propositi, potrebbero poi non possedere sufficienti abilità per l’applicazione del diritto. E’ ipotizzabile che la lunga camera di consiglio, sia anche dipesa per colmare lacune o vagliare peculiarità non a tutti loro chiari.

    Ad ogni buon conto, attraverso le carte processuali conosciute, proviamo ora in esclusiva per i lettori di questo quotidiano, a ricostruire i punti salienti di questa malinconica vicenda.

    Sarebbe emerso che la tredicenne Yara Gambirasio fu vista viva l’ultima volta nel tardo pomeriggio del 26 novembre 2010 nei pressi della palestra di Brembate di Sopra. La ragazzina venne poi stata trovata cadavere il 26 febbraio 2011 in un campo di Ghignolo d’Isola. Le cause del decesso furono attribuite al connubio di plurime lesioni da taglio e allo stato di ipotermia generato dall’abbandono del corpo all’aperto e all’agghiaccio.

    Nella sentenza di primo grado emessa Corte D’Assise di Bergamo, dalla quale sono estratti i passaggi più significativi per l’elaborazione di questo articolo, si può rilevare che, nonostante lo stato del corpo della bambina non fosse in perfetta conservazione, le indagini hanno collocato il decesso in quel campo e accertato che il cadavere non fosse mai stato spostato.

    Sull’abbigliamento della vittima fu allora estrapolato un profilo genetico maschile, successivamente analizzato secondo i parametri elaborati dalla comunità scientifica internazionale. E’ apparsa subito importante la localizzazione delle tracce biologiche sui slip e sui leggings della ragazzina in quanto avrebbero legato indiscutibilmente alla scena del crimine il titolare di quel profilo genetico.

    Le indagini condussero, dopo quattro anni, a legare l’anzidetto profilo al carpentiere Massimo Giuseppe Bossetti, soggetto estraneo alla rete relazionale della vittima. Egli fu arrestato il 16 giugno 2014. Oltre al profilo genetico, ad incastrare il Bossetti c’era la circostanza che lui si trovasse nella zona della scomparsa della vittima in orario compatibile con la sua sparizione.

    Poi, l’indagato non ha fornito alcun alibi durante l’ora dell’eclissamento della ragazzina ne è stato in grado di ricostruire i suoi movimenti di quel pomeriggio. Sugli indumenti di Yara erano state altresì individuate fibre sintetiche, compatibili in termini di composizione chimica, colori e abbondanze relative, con le medesime riscontrati sull’autocarro del carpentiere.

    Ancora, sulle scarpe e sugli indumenti della vittima furono trovate sferette metalliche e sulla cute e all’interno delle ferite riportate da Yara, comparivano particelle di calce. Tutti elementi che potevano essere collegati all’attività di carpentiere svolta dall’imputato. Infine, un altro elemento che avrebbe fatto ricadere i sospetti sull’arrestato, era stata la sua attenzione per le bambine, riscontrata dall’analisi del suo p.c. nel quale sarebbero stati rinvenute tracce di ricerche pedopornografiche.

    Per ora, con la condanna in secondo grado dell’unico indagato e in attesa dell’eventuale ricorso in Cassazione, la verità processuale indica nel carpentiere di Mapello l’autore dell’omicidio della piccola Yara.

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